educazione digitale / Apple sceglie che cosa studiamo?

classe con fila di computer portatili sui tavoli[il post in 50 parole] Continuo la non troppo breve ricognizione circa il futuro dell’editoria scolastica, iniziata con il post tablet ed ebook, studente perfetto?. Questo post si concentra sulla possibilità di scelta e sull’illusione della gratuità dei contenuti e cerca di mettere a fuoco la novità rappresentata da Apple nel settore dei libri di testo.

Chi decide che cosa leggere e studiare?

Su molti blog e forum che ho consultato mentre scrivevo questo post si parla delle magnifiche sorti e progressive dell’editoria digitale che finalmente entra nelle aule delle scuole italiane. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai detrattori a prescindere, quelli, per intenderci, che ogni volta che qualcuno parla di ebook attaccano con la solfa del ma vuoi mettere con il profumo del libro e poi leggere a video stanca.

classe con fila di computer portatili sui tavoli

Una fila ordinata. Foto di Nicole Mays via Flickr

Poi, ogni tanto, una voce si leva tra il brusio e prova a porre delle domande. Per esempio Noa Carpignani nel post Tablet in classe: sicuri di sostituire così il computer? fa una domanda centratissima:

Siamo sicuri di voler lasciare alle multinazionali e ai governi la decisione su che cosa far girare sulle nostre macchinette? Il progetto Palladium, che qualcuno di voi ricorderà, e il trusted computing in generale, hanno oggi altre declinazioni. Siamo sicuri di voler perdere quel poco di libertà sui contenuti che ci siamo in questi anni conquistati?

Ecco così che, mentre le intelligenze sono volte alla contemplazione delle praterie del copyleft, mentre si fa propaganda sulla gratuità o sul poco costo dei nuovi contenuti che magicamente dovranno permettere ai futuri studenti di apprendere, uno dei rischi più evidenti e già in marcia viene del tutto o quasi dimenticato.

Affidare a un ristrettissimo oligopolio (magari un duopolio Amazon-Apple) l’intera gestione dell’editoria scolastica (ma non solo) è quanto di più pericoloso si possa ipotizzare. E intendiamoci, non penso tanto a rischi alla 1984, al controllo totalitario e pervasivo (rischio che è comunque presente, come vedremo più avanti per il caso Apple), quanto allo scenario descritto da Neil Postman ed efficacemente riassunto dal titolo del suo più celebre saggio: Divertirsi da morire. Un mondo in cui non c’è nemmeno un grande bisogno di vietare o censurare, perché tutti sono troppo indaffarati a divertirsi per rompersi le scatole con discorsi difficili. Nulla di troppo difficile da immaginare, vero?

ebook a scuola: facile, divertente, economico

La parola d’ordine è rendere accattivante il prodotto educativo digitale, perché questo deve competere per due risorse scarse: l’attenzione e la concentrazione dello studente, duramente messe alla prova dal continuo flusso di bit a cui siamo sottoposti e ai quali non riusciamo proprio a resistere.
Campioni del rendere tutto amichevole e accessibile, le aziende hi-tech stanno prendendo la rincorsa per piazzare i propri gingilli elettronici tra i polverosi banchi delle scuole. Apple, dal canto suo, ha annunciato un ingresso in grande stile nel settore education. Offre a tutti, gratis!, la propria nuova piattaforma (che non poteva chiamarsi altrimenti che iBooks 2) per creare libri di testo digitali e un ambiente didattico di condivisione e di apprendimento. La presentazione di iBooks 2 si è tenuta il 19 gennaio 2012 a New York, e che fosse interessato può seguire la cronaca del Wall Street Journal oppure quella di iPhoneItalia.com; sono due narrazioni dell’evento ricche di contesto, di esclamazioni e di reazioni del pubblico che a ben vedere sono il vero contenuto dell’evento.

Ecco, in estrema sintesi, che cosa ci promette l’accoppiata iPad-iBooks 2:

  1. Apple reinventa i libri di testo. Saranno splendidi (gorgeous, gorgeous books).
  2. Faranno innamorare i bimbi dell’apprendimento.
  3. Saranno interattivi, multimediali, ma anche fruibili in modo tradizionale.
  4. Costeranno al massimo 14,99$ e acquistabili con un click (o un tap).

Non stento a crederci. Saranno bellissimi, interattivi, multimediali e anche abbastanza economici. Allora dov’è il problema? Per fare questi libri Apple regala il software di authoring, iBooks Author, che a quanto pare è un gioiello di semplicità e genera anche ottimi risultati. C’è chi, come Dan Wineman (ingegnere informatico statunitense e curatore del blog Venomous porridge) ha fatto notare nel suo blog che:

Gli iBooks posso essere venduti solo nell’iBookstore della Apple.

Ciò, detto in altre parole, suona più o meno così: io, Apple, ti do in licenza gratuita un software per fare gli iBooks. Se tu vuoi vendere un testo digitale fatto con iBooks Author devi per forza farlo nel mio negozio. Io prendo una commissione (il 30%?) sui tuoi ricavi. Io decido che cosa è degno di stare nel mio store e che cosa invece non deve essere venduto. Insomma, abbastanza inquietante, no?

Come se ciò non bastasse Apple usa un formato di ebook proprietario. Mentre tutto il mondo si mette d’accordo per usare ePub3 come standard, Apple sforna un formato di file che sembra un ePub, ma non lo è. Alla faccia dell’interoperabilità e della massima possibilità di accesso: devi per forza avere un iPad se vuoi studiare. Ecco che cosa ne dice Daniel Glazman (programmatore francese, membro del gruppo di lavoro W3C per la standardizzazione del CSS, cioè dello standard del design dei siti web) nel suo blog:

Yesterday, further south on the US west coast, the “All Your Documents Are Belong To Us” Mothership Apple started showing incompatible authoring environments and rendering engines based on proprietary extensions to html and CSS that will hit the wild. Yesterday, Apple released iBooks Author and I am not afraid to say that despite of being a great authoring tool, the solution it offers is a step backwards and it’s not good news for users/customers.

Provo a tradurre e a riassumere in poche parole il Glazman-pensiero: Apple ha presentato un ambiente di authoring e di rendering basati su uno sviluppo proprietario dell’HTML e dei CSS. iBooks 2 è un buon strumento, ma offre una soluzione che sta un passo indietro rispetto agli sviluppi del web.

Chiudo questa rassegna circa la creatura di Apple, con una citazione dal blog di Ed Bott (giornalista statunitense, ex direttore delle riviste PC Computing e PC World):

I have never seen a EULA as mind-bogglingly greedy and evil as Apple’s EULA for its new ebook authoring program. [...] The nightmare scenario under this agreement? You create a great work of staggering literary genius that you think you can sell for 5 or 10 bucks per copy. You craft it carefully in iBooks Author. You submit it to Apple. They reject it.

Ed Bott caratterizza la licenza di utilizzo per l’utente finale (EULA) di iBooks 2 come avida e malvagia in modo strabiliante, perché il lavoro di un autore, prodotto con iBooks 2 e quindi potenzialmente in vendita solo sullo store di Apple, può essere addirittura rigettato dall’azienda di Cupertino. E tanti saluti a mesi di lavoro.

La trappola della gratuità

Riassumo le mie impressioni dopo questo excursus attraverso blog ben più autorevoli del mio. Mi pare di poter dire che Apple cerca di far proprio il ruolo dell’editore pur senza assumersene i rischi. Anche l’editore può rifiutare, anche in corso d’opera, il lavoro di un autore. Ma a quel punto l’editore tradizionale ha già investito molte risorse (e nel caso dell’editoria scolastica si parla di molto denaro), mentre Apple non investito un bel niente (se non la licenza d’uso gratuita del suo software). Inoltre l’editore tradizionale non controlla anche il device come fa Apple (su iPad arriva solo quello che vuole Apple, in libreria arriva anche quello che Mondadori – un nome a caso – non vorrebbe far arrivare).

We are the bad apples. Steve Workers

Lo stesso discorso si potrà estendere, immagino prima o poi ce ne sarà l’occasione, per Amazon o altri giganti digitali. Ecco che l’illusione della gratuità (ti do il software gratis) o del poco costo del prodotto finale (che sono comunque 15 dollari a copia più il prezzo del tablet, che attualmente si aggira sui 500 euro per la versione più scarsa) svela l’inghippo della estrema limitazione della libertà di scelta e dello sfruttamento pro domo Apple del lavoro altrui (Apple guadagna il 30% sul libro venduto più il 100% dell’hardware, ma non rischia proprio niente nel caso il libro non vendesse nemmeno una copia) . Sarebbe importante riflettere anche su questi aspetti prima di gridare al miracolo tecnologico.

Approfondimento

Per una trattazione approfondita circa la tecnolatria non posso che rimandare alla lettura del fondamentale post (e degli oltre 500 commenti) Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple apparso su Giap. Ne propongo alcuni assaggi:

Quando si parla di Rete, la “macchina mitologica” dei nostri discorsi – alimentata dall’ideologia che, volenti o nolenti, respiriamo ogni giorno – ripropone un mito, una narrazione tossica: la tecnologia come forza autonoma, soggetto dotato di un suo spirito, realtà che si evolve da sola, spontaneamente e teleologicamente. [...]

Per colpa del net-feticismo, ogni giorno si pone l’accento solo sulle pratiche liberanti che agiscono la rete [...], descrivendole come la regola, e implicitamente si derubricano come eccezioni le pratiche assoggettanti: la rete usata per sfruttare e sottopagare il lavoro intellettuale; per controllare e imprigionare le persone [...]; per imporre nuovi idoli e feticci alimentando nuovi conformismi; per veicolare l’ideologia dominante; per gli scambi del finanzcapitalismo che ci sta distruggendo.

7 thoughts on “educazione digitale / Apple sceglie che cosa studiamo?

  1. Nei miei sogni, docenti messi in grado di farlo preparano come parte del loro lavoro i loro libri di testo interattivi per studenti che hanno i loro tablet (non necessariamente di una unica marca) in uso gratuito dalla scuola, tutti i contenuti sono creativecommons o addirittura opensource e stanno sui siti delle scuole.

    Nei miei incubi, hardware proprietario pagato a caro prezzo dagli studenti contiene libri di testo interattivi approvati dal venditore dell’hardware, il cui contenuto user-generated diventa merce nelle mani del produttore, nessun altro può aprirlo o diffonderlo diversamente.

    L’intuizione di apple sulla direzione da prendere come sempre è giusta e in anticipo sugli altri, in questo non han mai perso un colpo: e se adesso anche i contenuti “educational” diventano terreno di battaglia, sarebbe meglio essere attrezzati o almeno conoscere l’argomento, mentre invece le case editrici almeno in itaglia in genere sugli ebook hanno delle politiche di vendita demenziali: ci sto facendo un po’ di indagine sopra e poi magari dirò anche io la mia.

    Intanto grazie per i post (questo e il precedente!) che sono utili stimoli a ragionare su un argomento che in questo momento mi sembra molto importante – e infatti non ne parla quasi nessuno :)

  2. C’è un equivoco di fondo, o meglio un’ipotesi non dimostrata ma fondamentale: il post vi si avvicina quando dice “EBOOK A SCUOLA: FACILE, DIVERTENTE, ECONOMICO La parola d’ordine è rendere accattivante il prodotto educativo digitale, perché questo deve competere per due risorse scarse: l’attenzione e la concentrazione dello studente ecc.” Il punto è che da sempre, cioè fin dall’antica Roma, gli studenti si distraggono e faticano a studiare. Perché lo studio è fatica, la concentrazione richiede sforzo, dominio di sé. Siamo proprio sicuri che sia un bene abolire tutto questo? Cercare costantemente scorciatoie? In America ne sono sicuri da tempo e infatti il loro sistema educativo, almeno quello rivolto alla massa medio-povera è il peggiore fra quelli dei paesi OCSE (altra cosa sono le scuole per ricchi dove però gli studenti sono costretti a stare sui libri dagli insegnanti e dai genitori che pagano fior di dollari…). Io temo questo: che ciò che in America si spaccia per buono per ragioni ideologiche o di marketing (es. “siccome gli studenti faticano a concentrarsi diamo loro dei divertenti tablet su cui studiare”), in Italia attecchisca per ragioni economiche (i libri di testo digitali peseranno molto meno sul bilancio delle famiglie). Se vinceranno lo svilimento dello studio e la crociata contro la fatica che esso comporta e richiede (in America e Italia) unito alle geremiadi contro il costi dei libri scolastici (in Italia), vi sarà un ulteriore peggioramento dell’istruzione in entrambi i paesi, che peserà soprattutto sulle classi più deboli e finirà per approfondire ancor più il già vasto e ampliantesi divario fra l’1% dei ricchissimi e la middle class naufragante.

  3. @Frost Senza accennare al fatto che tra il sogno e l’incubo ci sono ulteriori livelli. E se senza dubbio vedere hardware proprietario pagato a caro prezzo dagli studenti contiene libri di testo interattivi approvati dal venditore dell’hardware, il cui contenuto user-generated diventa merce nelle mani del produttore è anche il mio incubo, non so, e forse per motivi egoistici visto che fare libri è il mio lavoro, se invece i nostri sogni corrispondano. O meglio sì, forse, ma se i contenuti culturali (creati da persone in carne e ossa) devono essere gratuiti, allora mi chiedo perché non dovrebbero esserlo una casa, o il cibo, beni la cui necessità è almeno biologicamente precedente alla lettura di un buon libro o a un’istruzione di buon livello.
    Resta poi una riflessione che trascende le questioni economiche e quelle tecniche e che ha che fare con lo stesso modo di ragionare e di pensare, attività che vengono forgiate anche dai mezzi attraverso i quali passano le informazioni. Su questo sto raccogliendo e ordinando un po’ di materiale per l’ultimo post di questa trilogia.

  4. @Leandro Machina Sono completamente in sintonia con lo sguardo che getti sulla questione. Al di là delle riflessioni tecniche ed economiche infatti il vero nocciolo della questione è imperniato su quale tipo di conoscenza si desidera. Ciò che mi irrita maggiormente nelle discussioni (e non parlo di chiacchiere al bar, ma tra professionisti) è affrontare la questione del digitale come se questa fosse una questione tecnica. No, non è così: Marshall McLuhan ci ha messo in guardia avvertendoci che il mezzo è il messaggio e recenti studi di neurobiologia hanno fatto luce su come l’attività di apprendimento (e in genere l’attività di conoscere, di cercare e organizzare le informazioni) condizioni le nostre stesse connessioni neurali. Far finta che tutto ciò non esista e pretendere di ottenere risultati uguali a quelli raggiunti dalla civiltà tipografica è la premessa per un risveglio che non sarà né facile, né divertente, né economico.

  5. certo tra sogno e incubo c’è una gradazione, ma non volevo riempirti i commenti di mille righe di chiacchiere :)

    Aspetto il terzo post, a questo punto, ma puntualizzerei solo che non intendevo come obbligatorio il fatto che i contenuti siano gratis – anzi, è parecchio complicato, e poco compatibile con il sostentamento di chi li produce!
    Però “nel mio sogno” se gli insegnanti producono i libri di testo lo fanno all’interno del loro lavoro ( = sono pagati), mentre la diffusione dei testi (auto)prodotti mi piace gratuita, e anche di più se svincolata dall’app store di apple come unico canale di diffusione. Ma certo, per infilare contenuti nell’ipad senza passare da lì devi fare il jailbreak e questo apre tutto un altro discorso…che non credo sia il caso di fare qui.
    Grazie dell’ospitalità! ;)

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