Storie fantastiche per vivere con occhi nuovi

Follow your dream. Banksy. Foto di Chris Devers via Flickr

[il post in 50 parole] Qualche tempo fa un caro amico mi ha chiesto di scrivere qualche riga per condividere con i lettori di una rivista un percorso fatto di libri. Io ci ho provato, devo dire senza indulgere nel novitismo, e questa è una versione enriched della recensione pubblicata su «Animazione sociale» n. 260 – febbraio 2012.

Mondi di altri per comprendere meglio il proprio

Leggere per svago, per imparare, per orientarsi durante un viaggio: sono tutti validi motivi. Leggere per avere la possibilità di vivere mondi altri, di veder nascere dal nulla caratteri, situazioni e ambienti è parte di ognuno dei motivi. A ben vedere, senza la capacità di creare mondi non avremmo libri. In qualche modo la scrittura riporta a galla e tiene in vita la capacità, così tipica dei bimbi e delle bimbe, di inventare e credere in verità controfattuali, in amici immaginari e in luoghi fiabeschi (a chi fosse interessato a saperne di più su bimbi e controfattuali, consiglio senza dubbio la lettura Alison Gopnick, Il bambino filosofo, Bollati Boringhieri, Torino, 2010).

Un adolescente che diventa adulto da solo

C’è chi meglio di altri riesce a dare vita alle costruzioni fantastiche. Tra questi, e mi scuso in partenza per la scarsa originalità del suggerimento, Italo Calvino è stato uno dei più prolifici e immaginifici. In tutto ciò che Calvino ha scritto, dalle fiabe al romanzo storico-sociale passando per la divulgazione scientifica, si dipana il filo rosso della narrazione di mondi e ultramondi; tuttavia mi limito a consigliare il Barone rampante (1957), secondo tomo della trilogia “araldica”. Perché Cosimo Piovasco di Rondò, giovane protagonista del romanzo, e la sua folle decisione di vivere per sempre sopra gli alberi di Ombrosa ai tempi della Rivoluzione francese, sono un invito irresistibile ad assumere un altro punto di vista.

Follow your dream. Banksy. Foto di Chris Devers via Flickr

Follow your dreams. Banksy. Foto di Chris Devers via Flickr

A un primo assaggio il Barone rampante è la storia di una ribellione all’autorità della famiglia: Cosimo infatti fugge dal padre, il barone Arminio Piovasco di Rondò (nonché dalla madre Konradine von Kurtewutz, anche conosciuta come “la Generalessa”). In qualche modo la ribellione di Cosimo contiene un pizzico di uomo in rivolta se, per dirla con Camus, quest’ultima «consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora». Per farla più semplice, ho come l’impressione che un ipotetico Cosimo contemporaneo non sarebbe semplicemente un casseurs de banlieu o uno sfasciavetrine londinese.

rito, Banksy

Riot. Banksy.

Cosimo è un adolescente che diventa adulto da solo. È il rivoltoso che sceglie di vivere qualche metro sopra la terra, affidandosi al sostegno precario dei rami e allo studio da autodidatta che lo porta a intrattenere una «corrispondenza epistolare coi maggiori filosofi e scienziati d’Europa, cui egli si rivolgeva perché gli risolvessero quesiti e obiezioni». Cosimo, in qualche misura, è un osservatore che sta dentro e fuori dalla propria comunità, si alza di qualche spanna sopra le teste degli altri per avere una visuale più ampia, ma nello stesso tempo opera nella società, perché è convinto che «le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)». E come non condividere, tuttavia, la costante insoddisfazione di Cosimo per l’incompiutezza delle forme del vivere associato, che lo rendono «ugualmente nemico d’ogni tipo di convivenza umana vigente ai tempi suoi, e perciò tutti li fuggisse, e s’affannasse ostinatamente a sperimentarne di nuovi: ma nessuno d’essi gli pareva giusto e diverso dagli altri abbastanza».

What are you looking at? Banksy, London

What are you looking at? Banksy - Foto di nolifebeforecoffe via Flickr

Essere parte e contemporaneamente essere esterni al proprio oggetto di osservazione, cioè valutare con lucidità e competenza un fenomeno, ecco la sfida di Cosimo, che si affaccia e si relaziona al mondo terrestre dal suo domicilio arboreo, perché sa che «chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria». Cosimo si sporca le mani, vive e partecipa alla vita più generale della sua epoca, ma non abbandona mai il distacco e il senso critico che gli permettono di agire sul proprio ambiente.

Se la natura umana viene messa a nudo

Partire da un fatto apparentemente assurdo o comunque non spiegabile e far germogliare un intrico di conseguenze: ecco un altro bell’esercizio di “controfattualità”. La grandezza di Cecità, romanzo di Josè Saramago del 1995, sta nel condurre pazientemente il lettore tra le strade di una città devastata da un evento improvviso: un’epidemia di mal bianco che, sembra senza alcun motivo, coglie sempre più velocemente la popolazione fino a lasciare il dono della vista a una sola donna, «una donna carica di sacchetti di plastica che cammina per una strada allagata, fra spazzatura marcia ed escrementi umani e animali, automobili e camion abbandonati come capita e che intralciano la pubblica via, alcuni con le ruote già circondate dall’erba, e i ciechi, quei poveri ciechi, a bocca aperta, che tengono aperti anche gli occhi rivolti al cielo bianco». Sarebbe facile leggere Cecità come un’allegoria a tratti anche un po’ didascalica della situazione presente e, sia ben chiaro, non sarebbe affatto un errore. Saramago stesso offre ai lettori l’appiglio con una delle ultime frasi: «Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono».

Censorship causes blindness

Censorship Causes Blindness. Andréia via Flickr

Tuttavia, si può affrontare Cecità anche da altri punti di vista, innanzitutto constatando l’estrema fragilità della nostra civiltà che, fuor di metafora, è basata sulle immagini, sulla loro riproducibilità e sul fatto che noi tutti, continuamente, facciamo loro affidamento per farci guidare nelle nostre scelte. Il mal bianco manda gambe all’aria questo paradigma e mette noi lettori di fronte all’incubo del caos e della disperazione. Non ci sono momenti consolatori nel libro di Saramago. C’è solo la natura umana messa a nudo senza orpelli di fronte al male che in breve tempo avviluppa la società cieca, partendo dalle scelte di salute pubblica imposte dal governo e rigenerandosi laddove invece ci si aspetterebbe solidarietà tra chi è compagno di una tremenda sorte. Cecità è un romanzo senza. I personaggi e la città teatro degli eventi sono senza nome, le persone sono senza vista, la scrittura è senza segni di interpunzione, i dialoghi sono senza segni enfatici e il lettore è, in definitiva, senza punti di riferimento. Anche il lettore diventa un po’ cieco e si affida alla capacità dello scrittore di spazzare via presupposti consolidati e dati di fatto per creare, con le parole, un mondo così assurdo e, allo stesso tempo, così verosimile.

impossible triangle / triangolo impossibile

Impossible triangle warning sign. Immagine di Vicktor Hertz via Flickr. Il triangolo di Penrose è una celebre illusione ottica, l'impossibile nella sua forma pura. Infatti quello che sulla carta sembra possibile, diventa impossibile da realizzare nel mondo euclideo, nel quale la somma degli angoli interni di un triangolo non può essere superiore a 180°.

 

Vivere con occhi nuovi l’invenzione dell’infanzia

Il libro dei bambini di A. S. Byatt ha un titolo curioso, che però non deve trarre in inganno. Non è infatti un libro per bambini, tutt’altro. Il libro dei bambini è il tentativo di narrare le storie di oltre quaranta personaggi (e di alcune persone storicamente esistite) e la storia dell’Europa dall’età vittoriana fino alla Prima guerra mondiale. La Byatt ci accompagna fin dentro la Società fabiana, il cui socialismo utopico è come «una piacevole e fragile veduta dipinta su una tazza da tè. Socialismo di porcellana», e ci porta in mezzo alle suffragette, fra le loro lotte fin dentro lo sprofondo del carcere, della nutrizione forzata e dello scherno riservati a queste donne coraggiose. Ma allora, qual è la vera ragione del titolo del libro? Che cosa c’entrano i bambini? I bambini sono i veri protagonisti perché ciascuno è protagonista di un libro nel libro, vergato dalla penna della loro madre biologica o convenzionale, Olive Wellwood. La penna di Olive dona una seconda volta la vita a ogni figlio, facendolo vivere in mondi di fiaba, popolati da folletti e altre creature magiche.

Glazed terracotta sign. London, art nouveau

Targa in terracotta smaltata, Londra, UK, inizio Novecento. Foto di tristan forward, via geograph.org

Il libro dei bambini ci porta a vedere con occhi nuovi l’invenzione dell’infanzia, e i bimbi di quel periodo tutto sono fuorché creature innocenti, anche perché «i fabiani e gli scienziati sociali, gli scrittori e gli insegnanti videro, in modo diverso dalle generazioni precedenti, che i bambini erano persone, con identità, desideri e intelligenze. Videro che non erano né bambole, né giocattoli, né adulti in miniatura. Videro, in molti casi, che i bambini avevano bisogno di libertà, avevano bisogno non solo di imparare, e di essere buoni, ma anche di giocare e di essere selvaggi». Il mondo dei bambini è infatti animato da paure, dall’ambiguità di situazioni famigliari dai contorni sfrangiati e da una disincantata capacità di percepire la realtà. Dopotutto, come afferma Tom, uno dei figli di Olive, «gli adulti pensano sempre che noi non sappiamo cose che senza dubbio sapevano anche loro. Hanno bisogno di ricordare male, credo».

fotografia b/n, 1914, Londra: arresto di una suffragetta

22 maggio 1914: Londra: arresto di una suffragetta. Fonte gallica.bnf.fr / Bibliothèque Nationale de France

Le società fabiane, le esperienze di Arts and crafts, un ambiente sociale composto da ricchi flâneur e da abili artigiani e artisti, da affaristi della City così come da soldati e ragazze madri sono il materiale umano impastato in un libro lungo e complesso. A far da scenario l’Inghilterra e i suoi boschi, Parigi in mezzo alle luci e ai motori elettrici dell’Esposizione universale del 1900, una Monaco popolata da anarchici e teatranti. Il teatro, anche e soprattutto quello delle marionette, con la sua capacità di creare e mettere in scena mondi è un altro punto centrale del libro. È attraverso il teatro che i racconti prendono forma e passano dalla carta alle tre dimensioni. E sarà sul teatro della Grande guerra che i sogni e i progetti dei protagonisti si interromperanno. Così come la vita e le storie di molti dei bambini ormai cresciuti.

Altri fili da seguire

Consiglio senza dubbio di leggere la “confessione” di Anna Nadotti, traduttrice del Libro dei bambini e il post/recensione di Wu Ming 4 pubblicato su Giap.

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