Scuola digitale: il fascino discreto dell’ideologia

Permanently marked on a door in the photomedia building at uni; 'Ideology is your next meal'.

[Questo post è stato pubblicato originariamente su equiLibri digitali]

Riprendiamo le fila del discorso su infrastrutture, costi e prospettive scandagliati nel post La lunga marcia della scuola digitale e proviamo a cambiare del tutto prospettiva. Con questo post infatti proviamo a chiederci quale (e quanta) ideologia sia presente nella discussione intorno alla digitalizzazione della scuola. Visto che il discorso potrebbe essere pericolosamente lungo, mi concentrerò su due – abbastanza – evidenti manifestazioni ideologiche: la tecnologia come forza autonoma e portatrice di progresso e la definizione di nativi digitali.

Partiamo – ancora – dalle tecnologie

Paolo Ferri, professore di Tecnologie didattiche e Teoria e tecnica dei nuovi media alla Bicocca di Milano, offre una buon avvio alla riflessione con il suo articolo L’Agenda digitale della Scuola. Qui possiamo leggere che:

considerati nel loro insieme, gli effetti combinati della rivoluzione digitale e del Web 2.0 sui sistemi educativi si concretizzano in una radicale trasformazione che tende a riorientare i sistemi di istruzione/apprendimento verso una struttura didattica che privilegia un approccio centrato sullo studente.

 

Gli strumenti digitali quindi tendono a riorientare i sistemi di apprendimento, ma verso quale direzione, più precisamente? Le trasformazioni in atto, continua Ferri, stanno

così definendo, secondo le regole dell’“etica hacker” e della nuova cultura partecipativa dei nativi – condivisione, gratuità, cooperazione – un inedito universo di pratiche e di significati che noi abbiamo il compito di riconoscere, accogliere e accompagnare.

 

L’etica hacker che innerva le tecnologie si scontra evidentemente con tutto il vecchio mondo anzi pare, leggendo l’articolo, che abbia già vinto, imponendo

cambiamenti nelle modalità del comunicare legati alla transizione ormai compiuta, nella nostra società globalizzata sotto la spinta delle tecnologie web dalla Galassia Gutenberg alla Galassia Internet.

 

Tecnologia digitale: un feticcio?

Ricapitoliamo:
tecnologie digitali -> trasformazione -> etica hacker -> condivisione, gratuità e cooperazione
È tutto bellissimo, forse fin troppo.Marx ed Engles lego

Se infatti ora volessi (e voglio) prendere a prestito l’efficace categoria marxiana di ideologia direi che calzerebbe a pennello per descrivere ciò che abbiamo appena letto. Perché parlare di ideologia?

Quando si parla di Rete, la “macchina mitologica” dei nostri discorsi – alimentata dall’ideologia che, volenti o nolenti, respiriamo ogni giorno – ripropone un mito, una narrazione tossica: la tecnologia come forza autonoma, soggetto dotato di un suo spirito, realtà che si evolve da sola, spontaneamente e teleologicamente.
A essere occultati sono i rapporti di classe, di proprietà, di produzione: se ne vede solo il feticcio. E allora torna utile il Karl Marx delle pagine sul feticismo della merce: «Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi.»

 

Ho preso Marx in prestito passando da Giap, che nel 2012 ha fomentato un fondamentale contributo allo svelamento dell’ideologia di internet e della rivoluzione digitale (Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple). Le tecnologie digitali ridotte a feticcio perdono la loro vera natura e si caricano di volontà propria: basta lasciarsi trasportare dalle innovazioni dell’industria elettronica per costruire una scuola – se non un mondo, giacché il discorso si può ben generalizzare – caratterizzata da condivisione, gratuità, cooperazione. Se pensiamo a questa triade non possiamo non notare che

ultimamente c’è un po’ l’abitudine ad abusare di queste parole, con una certa leggerezza e una certa ingenuità. A forza di abusarne poi, si finisce per depotenziarne la forza, come quando si ripete che internet è democratico, come un mantra imparato a memoria, poi si finisce per minare le reali potenzialità democratiche delle reti tecnologiche.

 

Le ultime parole sono di Tiziano Bonini e potete leggere il resto del post – consigliatissimo – su Doppiozero.

I nativi digitali esistono veramente?

L’ideologia è anche, detta in modo un po’ semplificato, il vestito con cui le classi dominanti rivestono e raccontano la realtà. Uno degli esempi più interessanti è fornito dal concetto di nativi digitali.

Ragazzina usa smartphoneI nativi digitali, che popolano gli articoli giornalistici come una volta fioccavano le generazioni X e simili,  sarebbero una speciale categoria di persone, nate a partire dagli anni Ottanta e a proprio agio con i linguaggi multimediali perché cresciute in un ambiente digitale (personal computer, internet, mp3, videogiochi, sms…).

La familiarità con le tecnologie non darebbe ai nativi digitali solo una maggior competenza tecnica (per esempio mia figlia a meno di tre anni era già abilissima a pinzare e zoomare sullo schermo dello smartphone) ma fornirebbe loro una speciale scaltrezza cognitiva, per esempio nel selezionare l’autorevolezza delle fonti digitali. Questa è, in modo molto semplificato, la fortunata descrizione dei digital natives che nasce dall’elaborazione di Marc Prensky e si fa senso comune.

I nativi digitali esistono veramente? La realtà ha la pessima abitudine di essere più complicata della sua versione idealizzata. Proviamo a svolgere le pieghe e consideriamo la geografia: è più facile trovare nativi digitali in Scandinavia o in un campo profughi del Darfur? Troppo estremo? Proviamo allora a pensare alla Lombardia e alla Calabria o, in generale alla differenza tra la città e la campagna. C’entra anche il reddito (o la classe sociale di appartenenza, come sarebbe piaciuto dire a Marx): il bimbo di una famiglia borghese avrà più facilmente a disposizione un tablet del bimbo di operai.

La categoria di nativi digitali, messa a contatto con la realtà, sembra perdere pezzi, perlomeno nella sua pretesa universalità (abbiamo esplorato l’aspetto della differenza di abilità cognitive tra nativi digitali e immigrati digitali nel post Scuola digitale, sfida per un apprendimento migliore?).

Quali conseguenze?

ideologiaTorniamo a saccheggiare, in ossequio all’etica hacker, il denso post di Wu Ming 1:

ogni giorno si pone l’accento solo sulle pratiche liberanti che agiscono la rete […] descrivendole come la regola, e implicitamente si derubricano come eccezioni le pratiche assoggettanti: la rete usata per sfruttare e sottopagare il lavoro intellettuale; per controllare e imprigionare le persone […]; per imporre nuovi idoli e feticci alimentando nuovi conformismi; per veicolare l’ideologia dominante; per gli scambi del finanzcapitalismo che ci sta distruggendo.
In rete, le pratiche assoggettanti sono regola tanto quanto le altre. Anzi, a voler fare i precisini, andrebbero considerate regola più delle altre, se teniamo conto della genealogia di Internet, che si è evoluta da ARPAnet, rete informatica militare. La questione non è se la rete produca liberazione o assoggettamento: produce sempre, e sin dall’inizio, entrambe le cose.

 

Proviamo a declinare questo ragionamento alla scuola: La rete usata per sfruttare e sottopagare il lavoro intellettuale è – per esempio – la descrizione perfetta dell’idea che “i libri scolastici digitali devono essere gratis”. Non ha molta importanza che i contenuti siano pubblicati da case editrici o prodotti dagli insegnanti o ancora raccolti in qualche piattaforma di contenuti generati dagli utenti (per esempio Oilproject): ciò che viene nascosto dall’ideologia della rete è il lavoro connesso alla produzione di contenuti. Rimane il feticcio, scompaiono i rapporti tra persone.

E l’etica hacker allora?

Non c’entra nulla, o perlomeno non è l’etica che genera i cambiamenti raccontati dagli apologeti della Galassia Internet. Ciò che conta, il dietro le quinte del feticcio merce digitale, sono – soprattutto – i big player del gioco:

Nel 2012 ha avuto sempre meno senso parlare di “Internet”, ”mercato dei PC”, “telefoni”, “Silicon Valley” o di “media” e sempre più senso limitarsi a studiare Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. Queste cinque grandi industrie americane, con la loro organizzazione verticale, stanno plasmando il mondo a loro immagine e somiglianza.

 

Queste sono le illuminanti parole di Bruce Sterling, citato da Ivan Rachieli sul blog di Apogeo On Line. Che tipo di mondo può essere quello plasmato da queste big five? Lascio a ognuno le proprie riflessioni.

Tutto da buttare?

No, la tecnologia digitale esiste ed è utile e non appartengo a un ipotetico partito di apocalittici-luddisti. Ciò che conta è che gli attori della scuola capiscano come indirizzare la tecnica al servizio di un progetto educativo.

Chi può sapere meglio degli insegnanti e degli studenti quali strade percorrere? Chi dovrebbe dar loro una mano se non chi ha alle spalle decenni d’esperienza nella gestione di contenuti? Gli investimenti del ministero, così scarsi, perlomeno permettono di avere un approccio sperimentale, valutando i progressi (o regressi) delle classi coinvolte nelle sperimentazioni. Perché ciò che sembra mancare è una teoria condivisa che guidi chi si occupa di pensare contenuti e ambienti di apprendimento. Si procede un po’ a tentoni, confortandosi con la numerosa anedottica ma forse facendo affidamento su un pericoloso e poco basato approccio ideologico.

Per saperne di più

Prensky, Marc. È possibile consultare il suo sito personale e da qui, selezionando “writings” scaricare i PDF dei due articoli fondamentali: Digital Natives, Digital Immigrants — A New Way To Look At Ourselves and Our Kids e Digital Natives, Digital Immigrants Part II: Do They REALLY Think Differently? — Neuroscience Says Yes

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