LibrInnovando Ricerca 2013, appunti sull’oggi dell’editoria

[Questo post è stato scritto a quattro mani con Laura Lo Giudice ed è stato pubblicato originariamente su equiLibri digitali]

Avremmo voluto scrivere un bel post su LibrInnovando Ricerca 2013 invece, caro lettore, dovrai accontentarti di appunti e metafore stropicciate. A cura di Alessandro e Laura, due dei tre equiLibristi sbarcati a Firenze il 4 ottobre.


Ferro

Malling-Hansen-Writing-Ball-Typewriter

La Malling-Hansen Writing Ball. Nietzsche usò una di queste macchine per scrivere.

Si racconta che Friedrich Nietzsche, sopraffatto da problemi di vista, non sapesse più dove sbattere la testa trafitta dai dolori dell’emicrania. Finché nel 1882 acquistò una delle prime macchine per scrivere.

Non più sottoposto alla schiavitù della candela, riuscì a riprendere a pieno ritmo la sua produzione che però, come gli fece notare l’amico Heinrich Köselitz, era cambiata rispetto al periodo precedente. La prosa di Nietzsche era diventata più serrata, come se il ferro della macchina avesse influenzato l’incedere dei pensieri sulla carta.

«Forse attraverso questo strumento finirai per darti a un nuovo idioma», scrisse Köselitz a Nietzsche. Il filosofo rispose: «Hai ragione. I nostri strumenti di scrittura hanno un ruolo nella formazione dei nostri pensieri».

(Citato in Carr, Internet ci rende stupidi?, pp. 32-35)


Silicio e rame

Oggi esiste un metallo capace di forgiare il flusso dell’argomentazione come il ferro per Nietzsche? I candidati sono il famoso silicio, cuore calcolatore, e il negletto rame, sistema nervoso di una tecnologia che si fa cultura.


Scrivere

L’autore cambia ruolo rispetto al passato e in qualche misura deve dedicare tempo a costruire relazioni in rete e presidiare in modo non strumentale i social network. La presenza in rete (o meglio il vivere la rete) può essere un modo per attirare l’attenzione su di sé e, quindi, su ciò che si scrive.

Non è così lontano il tempo in cui le case editrici selezioneranno i manoscritti in base al numero di followers dell’autore, anzi a dire il vero già succede (per esempio la collana Unofficial di 40k è interamente costruita intorno alla logica buon testo + buona presenza in rete = diverse centinaia di copie vendute).

La rete può avere sugli autori l’effetto che la macchina per scrivere ebbe su Nietzsche? Benché mi sembra che Santoni abbia evitato di rispondere esplicitamente a questa domanda, la sua biografia parla abbastanza chiaro. Il suo secondo libro, Personaggi precari, nasce dai racconti di un blog, mentre il progetto di In territorio nemico (e in generale della SIC) è semplicemente impensabile senza l’utilizzo di una piattaforma digitale o perlomeno della posta elettronica.


Criticare

Che la critica letteraria sia in crisi è un mantra degli ultimi, almeno, 10 anni. Raoul Bruni (qui il suo profilo) notava come il web abbia eroso lo spazio alla critica, benché questa si sia spostata in gran parte sul web, dando vita anche a polemiche transmediali che iniziano su internet per passare alla carta e ritornare alla rete.

Eppure la rete non permette in automatico la rinascita della critica. In effetti negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria esplosione della massa critica del mi piace, che ha spodestato gli accademici dalla cattedra. È possibile riconciliare la critica argomentata e il web? Esistono esperienze, come quelle di Le parole e le cose, che lasciano pensare alla possibile convivenza tra il rigore accademico e il mondo dei blog letterari. L’unica certezza è che solo interagendo con la rete la critica potrà fugare la litania della propria morte.


Curare

L’intervento di Letizia Sechi – densissimo –  ha dipanato uno scenario interessante non del domani ma dell’oggi dell’editoria.

Il cambiamento in cui ci troviamo a navigare è un cambiamento culturale e non (solo) tecnologico. È la prima volta nella storia che un cambiamento di tale portata avviene nell’arco di una sola generazione.

Derrick de Kerckhove | La mente accresciuta

Ciò porta il lettore ad affrontare cambiamenti cognitivi, per esempio per adeguarsi alla velocità e alla compresenza di diversi stimoli.

Anche l’editoria deve affrontare il cambiamento che il Cluetrain manifesto segnalava (già nel 1999!): i mercati sono conversazioni. Un libro vale per la rete di relazioni che è capace di innescare e in rete la conversazione è favorita, perché  la relazionalità è insita nel mezzo e non c’è un governo della conversazione.


Svelare

“Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello? Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinchè vedessero chiaramente che cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi.” Da “Le Petit Prince” di Antoine de Saint Exupèry

 

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La lettura digitale induce a memorizzare – quindi trattenere – molti più dati contenitore, che contenuto.
Mauro Guerrini, accademico, introduce il suo dibattito (“Tecnologia, sapere, etica”) partendo dall’interessante riflessione sulle modalità della lettura digitale. Esiste un nuovo approccio alla lettura veicolata da uno schermo; ne abbiamo accennato qui e se vi interessa sapere come si legge sul web date uno sguardo agli appunti di Luisa Carrada su un’interessante ricerca di eye-tracking.
Il primo impatto: la titolazione, l’incipit, gli spazi e le infografiche, attributi che sono diventati necessari per leggere, scrivere e produrre testi in rete.
Come la macchina per scrivere di ferro di Nietzsche anche i nostri processi mentali – dalla scrittura alla lettura o viceversa – dipendono dal #mezzo usato. Il mezzo influenza l’intera concezione del prodotto artigianale #libro: dalla fattura, alla fruizione.
Le regole di quest’ artigianato sono cambiate?


 

il libraio. Giuseppe Arcimboldo

il libraio. Giuseppe Arcimboldo

Influenzare

È cambiata la produzione, la concezione e le modalità di trasmissione dei testi e nelle riflessioni di Stefano Tura (“Piattaforme digitali e diffusione di contenuti”) lo sguardo si posa sulle grandi piattaforme di distribuzione: Amazon, Kobo, Apple, Google (i big player della trasformazione, insomma). Sono le “librerie digitali” più usate in Italia. Di fatto, non sono aziende editoriali in senso proprio; l’editoria viene superata e arriva come utente finale rispetto al selfpublishing. L’editoria digitale deve mostrare all’autore il proprio valore aggiunto.
Attraverso degli algoritmi queste piattaforme creano il nostro habitat; offrono delle possibilità – alcune davvero apprezzabili – e fidelizzano il lettore. Quel che offrono e come lo fanno origina una sorta di ecosistema di lettura e di cultura.
Le esperienze di ricerca, utenza e trasmissione del sapere sono confinate dentro precise regole del gioco. Le piattaforme possono imporre regole anche a chi produce libri da tempo, a chi anima il selfpublishing. Arrivano al lettore prima dell’editore creando uno spazio cognitivo confinato, che di fondo soddisfa esigenze e desideri in tempi brevissimi eludendo non solo l’attesa, ma anche le pause di decantazione nel leggere e nello scrivere. Si direbbe che in qualche modo questo “alter ego” del lettore compia scelte e imponga uno stile.
E tutte quelle scelte che avremmo fatto senza suggerimenti manifesti e taciti?

Senza dimenticare che tutto ciò che scriviamo in rete è pubblico, più longevo delle chiacchiere di paese e con questo bacino di informazioni è facile cucire addosso a ogni lettore un microsistema di lettura indotto.
Kobo, per esempio:
– segue nelle abitudini di lettura;
– sprona un po’ al cambiamento;
– suggerisce;
– crea una modalità di lettura.
Somiglia o no al libraio che ci conosce bene?

Guerrini mostra un’interessante possibilità per avvicinare il mondo accademico alla rete e guidare la libera trasmissione del sapere: la creazione di una piattaforma open access aperta alle ricerche dei docenti. Una biblioteca digitale a vantaggio di tutti e creata con le competenze e i metadati di un nuovo libraio. Una biblio-teca da ripensare e che diventa editore, non raccoglie semplicemente contenuti, ma li crea e li rende pubblici.
Queste riflessioni fanno fatica a permeare in toto il mondo accademico, ma in gioco c’è un cambiamento che suggerisce nuovi recinti per l’arroccata critica letteraria.
Ma ha ancora senso parlare di critica letteraria fuori dal campo di relazioni che un testo innesca e la rete favorisce?


Interagire

Un libro è sempre un dialogo con altri lettori e altri libri.
Tim O’Reilly (citato da Letizia Sechi)

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Simulazione in un acceleratore di particelle che dovrebbe generare un bosone di Higgs

 

 

La relazione permea l’attuale terreno di lettura e produzione di testi e lo fa un po’ come… il bosone di Higgs (valso il Nobel 2013 per la Fisica ai suoi scopritori Higgs ed Englert).
Figuratevi un campo di bosoni: interagisce e avvolge tutte le particelle, attribuendo loro una determinata caratteristica (massa) e una forza contraria (resistenza).

 

Dentro il bosone digitale della rete i libri assumono peculiari proprietà sicuramente da ridefinire, ma
come continuare a celare un elefante mangiato da un boa, dietro futuribili cappelli di paratesto?

One thought on “LibrInnovando Ricerca 2013, appunti sull’oggi dell’editoria

  1. Gli stati della materia sono tre: solido, liquido e gassoso…
    Io son il terzo, nell’innovazione riottoso e neghittoso, ma lo dico da umile non da borioso, e un po’ mi pento se più non oso.
    Il pomeriggio fiorentino di LibrInnovando è stato di sorprendente stimolo e mi ha spinto in almeno un paio di occasioni ad alzare la mano per qualche domanda. Poi il tempo tiranno e un’inaspettata timidezza mi hanno fatto desistere. Adesso, però, quando i fumi del pensiero si sono ormai depositati, grazie soprattutto al percorso proposto da Laura e Alessandro, provo a scrivere qualche pensiero o riprendere qualche appunto, a margine del più logico e organico post qui sopra.

    – Scrivere -> laboriosamente; dell’intervento di Vanni Santoni mi ha infatti colpito in particolare come non nascondesse la complessità e l’impegno che qualunque lavoro di scrittura comporta, un impegno collettivo non solo negli esperimenti come SIC, ma anche semplicemente nella necessità di più sguardi e revisioni su uno stesso testo, nell’esigenza crescente di più strumenti e più attenzioni in preparazione alla scrittura e poi nel seguire la vita di un’opera. Di contro l’approssimazione di molte case editrici, soprattutto se grandi, che “pescano con la dinamite”, lanciando innumerevoli esordienti senza curarsi di prepararli e sostenerli.

    – Criticare -> vivacemente; bravissimo Raoul Bruni a ribadire che anche in una fase di transizione, come quella che si sta attraversando, la critica per esser tale deve argomentare e non può ridursi ad appendice degli uffici stampa; non è facile realizzarlo, come già metteva in guardia eFFe nel pamphlet “I book blog. Editoria e lavoro culturale”; avrei voluto approfondire come i critici letterari di professione immaginano di coinvolgere i lettori per andare oltre l’avvilente polarizzazione mi piace – non mi piace… Io troverei esaltante se i critici letterari riuscissero, grazie alle potenzialità dell’editoria digitale e del web, a farsi animatori di un pensiero critico collettivo, in cui dotare di strumenti e profondità i punti di vista e le sensazioni di innumerevoli lettori.

    – Curare -> relazionalmente; nel chiaro e articolato discorso di Letizia Sechi, segnalo due dettagli: l’accento sul mutare della lettura, sovente interstiziale, e l’attenzione al concetto di coda lunga (con il digitale ci possono essere tanti prodotti che vendono poco), che risponde in parte alla preoccupazione di veder sparire tanti scrittori che non hanno colpito la grande distribuzione alla loro prima occasione; mi permetto, però, di muovere una leggera critica allo schema proposto da Derrick de Kerckhove: non riesco a paragonare lo sviluppo del linguaggio con il passaggio dal telegrafo al telefono, mi sembra che paragoni elementi di diversa natura.

    – Svelare -> contagiosamente; oltre al punto focale (già trattato nel post) del nuovo approccio alla lettura, mi ha affascinato come Mauro Guerrini ha commentato la trasformazione in atto nella modalità di trasmissione della conoscenza, con numerose conseguenze, tra cui: una lotta perché le case editrici non osteggino l’open access e si riconosca che innesca circoli virtuosi; un nuovo ruolo delle biblioteche, quasi da editori; la consapevolezza che riflessioni riguardanti oggi solo un’élite, in ogni caso, comportino uno sforzo di umiltà di fronte ai cambiamenti.

    – Interagire -> animatamente; di LibrInnovando mi ha rassicurato e colpito la scelta di una varietà e multiformità di voci che ha reso chiaro come il digitale nell’editoria non riduca le professionalità, ma ne cambi solo alcuni approcci e soprattutto le metta in relazione tra loro, aumentando complementarietà e reciprocità e arrivando a coinvolgere in modo potenzialmente appassionante anche i lettori.
    Saremo miopi di fronte al palesarsi di una nuova dimensione? Cadremo nell’errore dei punti e delle figure di “Flatlandia” (di Edwin Abbott) che non vedevano al di là della propria linea o del proprio piano?

    P.S.: vorrei, infine, aggiornare un proverbio: “L’appetito vien… innovando”: tecnologie, novità, progresso, commistioni, rivoluzioni, pensieri, considerazioni, realtà e virtualità hanno avuto bisogno di un sostentamento molto consistente e materiale. Un pranzo in una deliziosa osteria fiorentina in cui stomaci affamati e sguardi da redattori sono stati attratti dalle “pappardelle sul cinghiale” (la preposizione si è poi rivelata corretta… Potere dell’immaginazione e dell’innovazione!).

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