L’omeopatia spiegata con la fisica quantistica

Qualche tempo fa ho pubblicato un tris di post sull’omeopatia. Tra questi il post Omeopatia: più è diluito più è potente che ha raccolto diversi commenti interessanti. Uno in particolare merita un supplemento di risposta.

Michela infatti mi scrive:

Accipicchia…. Allora il premio Nobel Luc Montagnier & Co. Deve essere un imbecille completo.. E quelli del Jounal of Physics dei gran incompetenti per pubblicare i risultati dei loro studi!!
Ma l’articolo l’ha letto oppure no? Se vuole può leggerlo per intero qui: http://iopscience.iop.org/1742-6596/306/1/012007/pdf/1742-6596_306_1_012007.pdf
Non so come dire… Ma credo che quello che pubblica una rivista di questa importanza non siano propriamente favole della buonanotte, o no?
Mi pare che sia chiaramente dimostrato che “filamenti di DNA immersi in soluzione d’acqua estremamente diluita possono emettere stimoli elettromagnetici e l’acqua ne mantiene la memoria, mantenendo così l’informazione del DNA stesso.”
Certo che se lei nel suo articolo del blog ritiene che siamo tutte sciocchezze…. Ci mancherebbe! Viva la libertà di espressione….
Ma mi perdonerà se ritengo il Jounal  una fonte un pò più autorevole del suo blog….

[Il commento si trova qui, i bold nel testo sono miei.]

Di che cosa parla Michela? Andiamo con calma e facciamo qualche passo indietro. Abbiamo visto che la maggior parte delle critiche rivolte all’omeopatia si concentra sul fatto che i rimedi siano così diluiti da non contenere più una singola particella di rimedio se non acqua. Un filone di omeopati ha allora iniziato a proporre la teoria che l’acqua abbia una memoria e che conservi, e amplifichi, le informazioni del rimedio anche se questo non è più presente. Ne ho scritto nel post Se l’acqua potesse ricordare.

Da Benveniste a Montagnier

Nel post appena citato si era parlato dell’esperimento di Jacques Benveniste, che sostenne, in parole molto semplici, di essere riuscito a produrre una risposta in una coltura di globuli bianchi mettendoli a contatto con una soluzione ultradiluita di anticorpi. L’esperimento venne pubblicato sulla prestigiosa rivista «Nature», poi fu ripetuto sotto controllo e falsificato (era una mezza truffa).

Qualche anno più tardi (2009) Luc Montagnier, che è un premio Nobel per la medicina grazie al suo ruolo nell’identificazione del virus HIV, conduce un esperimento, in collaborazione con alcuni fisici, in cui sostiene che frammenti di DNA emetterebbero onde radio che, grazie alla memoria dell’acqua, trasporterebbero l’informazione dell’ordine dei nucleotidi; ciò renderebbe possibile duplicare il frammento di DNA in un’altra soluzione acquosa attraversata dal segnale.

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Dove viene pubblicata la ricerca?

La ricerca non viene pubblicata, come riporta erroneamente Michela nel suo commento, sul «Journal of Physics». Montagnier, benché premio Nobel, pubblica il tutto su una rivista semisconosciuta, «Interdisciplinary Sciences: Computational Life Sciences» in cui chi troviamo nel board editoriale? Sì, Luc Montagnier stesso. Poco dopo la ricerca viene pubblicata anche su arXiv.org. In pratica in nessuno dei due casi l’articolo è sottoposto a peer-rewiev. L’articolo in questione è stato accuratamente smontato a suo tempo (per esempio qui) e nessun altro al mondo ha mai ottenuto, almeno che io sappia, gli stessi risultati ripetendo l’esperimento.

Quindi che cosa c’entra il «Journal of Physics»? C’entra, c’entra. Questa rivista scientifica, come tante altre riviste, ha infatti una serie di spin-off tra cui una pubblicazione dedicata agli atti delle conferenze. In effetti una nuova versione dell’articolo di Montagnier e colleghi (che nel frattempo sono parzialmente cambiati) compare sul «Journal of Physics: Conference Series» e non sul «Journal». La pubblicazione sulle «Conference Series» non è sottoposta a controllo redazionale né a peer-rewiev, ma è solo chiesto agli organizzatori della conferenza di sorvegliare alcuni minimi standard di qualità (fonte). Tra gli organizzatori della conferenza Fifth International Workshop on Decoherence, Information, Complexity and Entropy (settembre 2010) figura uno dei coautori di Montagnier, il fisico Giuseppe Vitiello, che già firmò il primo lavoro del 2009 e già lo pubblicò in prima persona su arXiv.org. Non proprio un controllo terzo.

OK, ma l’esperimento che dice?

Per farla semplice, Montagnier e colleghi hanno costruito un apparato formato da un solenoide, un amplificatore di segnali e un pc portatile, come quello mostrato in figura.

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Nel solenoide si mette una provetta contenente una soluzione di frammenti di DNA iperdiluita. Il DNA emette onde elettromagnetiche a bassissima frequenza, le stesse che fanno parte del rumore di fondo.

Le onde elettromagnetiche vengono raccolte dal solenoide, mandate all’amplificatore e analizzate al pc. Alcuni tipi di DNA, quelli che appartengono a microorganismi patogeni per l’uomo, emettono onde elettromagnetiche. Quelli buoni no.

E fin qui uno avrebbe anche la tentazione di continuare a sospendere l’incredulità, come quando si guarda un film di fantascienza.

Non basta, però. La nostra provetta che emette onde elettromagnetiche può essere posta dentro il solito solenoide ma non da sola, bensì con una provetta che contiene solo acqua. Basta aggiungere un po’ di onde elettromagnetiche, 18 ore di riposo a temperatura ambiente e anche la seconda provetta emetterà le stesse onde elettromagnetiche della prima.

Non basta ancora. Se nella seconda provetta aggiungo basi azotate ed enzimi quanto basta, la struttura fantasma vibrante di DNA ricreerà esattamente lo stesso frammento di DNA presente nella prima provetta.

Il resto del paper è dedicato all’impalcatura teorica che spiega perché tutto ciò accada. Ammetto che per me è stato troppo difficile provare a capire dove volessero arrivare gli autori, non sono un fisico teorico. Magari però lo è qualcuno dei miei 4 lettori.

Quali sono i problemi di questo studio?

Lo studio di Montagnier e colleghi, se fosse vero, sarebbe l’ennesimo sconvolgimento di numerose leggi fisiche con cui descriviamo l’Universo. Per affermazioni così importanti bisognerebbe fornire prove piuttosto solide, cosa che Montagnier non fa.

Tralasciando il fatto che questo esperimento non è mai stato ripetuto con successo da altri e che è stato pubblicato sempre su pubblicazioni che non soddisfano standard molto alti di revisione, quello che si legge nel paper è affetto da numerosi problemi metodologici (ne hanno parlato sicuramente meglio di me qui, qui e qui). Mi limiterò a riassumere i più evidenti:

  • l’apparato sperimentale sembra inadatto allo scopo (non pare ci sia nemmeno una gabbia di Faraday per isolare il sistema solenoide-provetta dalle interferenze);
  • il rumore di fondo è tale da sovrastare l’eventuale emissione di radiofrequenze da parte del DNA;
  • l’esperimento non è condotto in singolo cieco (in un esperimento ben condotto gli sperimentatori dovrebbero ignorare se stanno giocando con un campione “vero” o un campione di controllo, in questo caso ciò non avviene o comunque non è specificato);
  • non sembra che sia prevista la presenza di un campione di controllo;
  • non sembra che si sia valutata la possibilità di contaminazione tra la provetta (1) e la provetta (2);
  • alcune affermazioni sono francamente così antropocentriche da sembrare ipso-facto fasulle, come i microrganismi “cattivi” che emettono radiazioni e quelli buoni no.

Ma soprattutto, che cosa c’entra con l’omeopatia tutto ciò?

In effetti l’esperimento di Montagnier e colleghi, sia che racconti cose vere sia che racconti cose false, non c’entra nulla con l’omeopatia. Già nell’abstract del paper si legge:

The reported phenomenon could allow to develop highly sensitive detection systems for chronic bacterial and viral infections.

Aiutare a sviluppare tecniche diagnostiche molto sensibili. Tutto qui. Nelle 11 paginette di documento non ricorre una sola volta la parola omeopatia. Perché allora questo studio viene portato a prova definitiva del funzionamento dell’omeopatia? Perché nella parte teorica si fa un gran parlare della possibile presenza di strutture dell’acqua correlate alle onde elettromagnetiche.

Quindi siamo di fronte a un esperimento screditato dalla comunità scientifica, che non c’entra nulla con l’omeopatia ma che, per assurdo, anche se domani fosse ripetuto con successo 100 volte, non sposterebbe di un millimetro i due problemi principali dell’omeopatia: la mancanza provata di qualunque efficacia clinica e la sua totale implausibilità da un punto di vista fisiologico, biologico,chimico e fisico.

2 thoughts on “L’omeopatia spiegata con la fisica quantistica

  1. Sono solo una biologa,
    né una fisica
    né una scienziata,
    ma seguo la “trilogia dell’omeopatia” di Alessandro dal primo post e devo dire che questo e gli altri hanno aggiunto una degna “peer-review” al mio scetticismo sull’omeopatia.
    Uno dei principi cardine da tenere a mente per chi “vuole fare scienza” rimane questo:
    “Non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati.”.
    Affermazione questa di un fisico, anzi un premio Nobel per la fisica: Albert Einstein.
    Non credo che l’acqua abbia memoria, ma per parlare di SCIENZA, queste parole dovremmo ricordarle.

    1. Sarebbe anche il caso di ricordare che le “originali” prese di posizione di Montagnier (dall’aids che si cura con l’alimentazione fino a questi esperimenti mistico-deliranti) arrivano tutte a partire da quando si è avvicinato alla soglia degli 80 anni (oggi ne ha 85).
      Ed a quell’età capita anche al più brillante dei ricercatori di perdere colpi, dato che il vaccino contro le varie forme di demenza senile non è ancora stato inventato…
      Se prendiamo molti grandissimi scienziati, e guardiamo i vaneggiamenti che avevano negli ultimi anni della loro altrimenti brillante esistenza, si capisce che purtroppo non tutti hanno la fortuna di invecchiare bene e soprattutto lucidi.

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